Francesco Crémonèse
Scultore, pittore 1907/2002
La storia della Venere di Brizet del 1936
E la sua opera dal 1945 al 2002

La storia ha inizio il 28 aprile 1937 sulle alture di St Just St Rambert: il contadino Jean Gonon sta arando il suo campo, quando improvvisamente l’aratro trainato da una coppia di buoi si blocca di colpo, senza possibilità di avanzare… Va a vedere cosa lo blocca, lo sposta a mano e vede spuntare un blocco di pietra di un bianco immacolato. Continua a liberare… è una statua di una donna nuda.
Torna di corsa alla fattoria e grida a sua moglie: «Antoinette, credo di aver appena dissotterrato la Gioconda!!», nel corso della giornata la riporta alla fattoria e chiama un amico dentista, esperto di antichità gallo-romane.

Quest’ultimo capisce subito che si tratta di una scoperta eccezionale chiama le autorità, i giornalisti, poi arrivano gli esperti. Si tratta proprio di una magnifica Venere greca in marmo, appena scoperta, che verrà chiamata «Venere di Brizet» dal nome della località.
Centinaia di articoli di stampa riportano la notizia, persino i notiziari nei cinema europei, la rivista nazionale «L’Illustration» le dedica due articoli.
I maggiori esperti la esaminano: non c’è dubbio, è opera dello scultore greco Fidia.
Alcuni parleranno di un’antica via romana che passava nelle vicinanze e di una villa di un ricco gallo-romano, che avrebbe portato la Venere dalla Grecia durante un saccheggio, ecc.
Un anno dopo il ritrovamento, nel maggio del ’38, il governo la classifica come «Monumento Storico».
Nel frattempo, migliaia di visitatori, pagando il biglietto, potranno ammirarla nel fienile del contadino…
Ma il 26 novembre 1938, 19 mesi dopo la sua scoperta, la Loire Républicaine pubblica uno scoop esplosivo: «La Venere di Brizet: “Non è Fidia, sono io” e posso provarlo», dice CREMONESE, un giovane emigrante italiano di Villars, …


Ma questa… è la storia che si racconta sempre:
… la vera storia inizia a Spresiano, sulle rive del fiume Piave, a nord di Venezia; siamo nel 1915, Francesco ha 7 anni ed è il terzo di sei figli; Francesco è di statura media, biondo veneziano con gli occhi azzurri, è molto vivace e curioso di tutto, i suoi fratelli lo chiamano Ceco,

In quel giorno del 1915…, non riconosce l’uomo che arriva a casa sua, eppure è suo padre che torna dall’America, dove era partito in cerca di fortuna.
Ritorna per mettere al sicuro la sua famiglia, poiché il fronte con gli austriaci si ferma sulle rive del Piave, a due chilometri dal suo paese.
Appena tornato, suo padre deve restare nel paese per partecipare alla difesa passiva, ma per la famiglia… è l’esodo in treno… come tutto il paese.
Il viaggio è molto lungo, attraversa tutta l’Italia e poi la città di Messina, ancora in parte in rovina… a seguito del terribile terremoto del 1908.
La famiglia arriva in Sicilia, viene alloggiata in baracche di fortuna, nella desolazione dell’esodo e della guerra!
Eppure, è lì…, davanti a quei magnifici paesaggi di mare, montagna e tramonti sull’Etna, che suo nonno gli parlerà dell’antica Grecia e del Rinascimento italiano, di Fidia, Michelangelo, Piero della Francesca: sarà il suo risveglio artistico. Il bambino di 8 anni è anche affascinato dallo spettacolo delle mogli dei marinai, radunate davanti al mare, in attesa del ritorno delle barche; sagome interamente avvolte nei loro grandi scialli che ispireranno in seguito molte delle sue opere.
Allo stesso modo, durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, rimarrà affascinato dagli spettacoli di marionette a filo per tutti i pubblici, vere e proprie rappresentazioni teatrali di grande qualità artistica, a volte drammatiche, che ispireranno anche i suoi dipinti di personaggi strani, dalle sembianze insolite e buffe.
1918, il ritorno è terribile, il villaggio natale è stato completamente distrutto dai bombardamenti austriaci… C’è tutto da ricostruire.
La famiglia vivrà per anni in baracche.
A 11 anni viene assunto come apprendista presso un fabbro, 6 giorni alla settimana. Il lavoro è molto faticoso, Francesco imparerà a forgiare gli attrezzi, cosa che gli tornerà molto utile in seguito.
Nonostante la fatica, ha sete di conoscenza: ottiene il diploma di scuola elementare frequentando corsi serali, e la domenica mattina frequenta corsi di disegno; a 17 anni supera l’esame di ammissione a una scuola di aviazione.
Ma la situazione economica peggiora e l’ascesa del fascismo costringe la famiglia a un nuovo inizio.
Il padre decise di portare tutta la famiglia in America: lì aveva lavorato per più di dieci anni, in due periodi prima della guerra, e avrebbero potuto ottenere la cittadinanza americana.
Ma non aveva abbastanza soldi per pagare il viaggio da Le Havre a New York a tutta la famiglia, così il viaggio si interruppe a Villars nel 1925. Dopo la strage della guerra, la Francia ha bisogno di operai per le sue industrie e i posti di lavoro non mancano!
Dal 1925 al 1929 lavora in un’azienda metallurgica e frequenta i corsi serali alla Scuola di Belle Arti di Saint-Étienne, dove ottiene numerosi primi premi.
È proprio alla Scuola di Belle Arti che gli viene l’idea di una Venere.
Un giorno il suo insegnante di scultura, BATIGNE, menziona, come spesso faceva con i suoi allievi, la Venere di Milo: «Al giorno d’oggi», dice, «non c’è scultore in grado di realizzare un’opera di tale bellezza! » Francesco gli rispose, suscitando l’ilarità dei compagni e del professore: «Io, tra qualche anno, ne farò una altrettanto bella».
Nel 1930 prosegue la sua formazione artistica frequentando i corsi serali presso la Scuola di Belle Arti di Parigi, in Place des Vosges, mentre lavora presso l’impresa Seguin, specializzata in monumenti storici. Si interessa anche alla letteratura: Omero, Platone, Dante…
Ogni domenica si reca al Louvre con i suoi due fratelli maggiori, Louis e Angelo, che frequentano i corsi di ebanisteria della Scuola Boulle.
Ma nel 1931 viene richiamato d’urgenza a Saint-Étienne: lo scultore locale Alfred Rochette, ex soldato vittima di un attacco con gas, ha appena ottenuto l’incarico di realizzare il Monumento ai caduti di Saint-Étienne.
È molto malato, non ha più la forza di portare a termine quest’opera… Si reca alla Scuola di Belle Arti e chiede al suo amico, il professor Batigne, se conosce qualcuno che ne sia capace; Batigne risponde senza esitare :
«Sì, ne vedo solo uno… CREMONESE»
Realizzerà quindi, sotto la direzione di Rochette, il monumento al pastore Louis Comte e i bassorilievi della Charité, come se Rochette volesse metterlo alla prova,
Poi, per due anni, lavora al Monumento ai Caduti di Saint-Étienne, che sarà inaugurato nell’ottobre del ’33 dal presidente Albert Lebrun,
Alfred Rochette muore sei mesi dopo, all’età di 44 anni.

Cremonese aveva grande stima di Rochette, e quest’ultimo sarà pienamente soddisfatto nel vedere il suo capolavoro brillantemente portato a termine.
Si tratta di un monumento di grande bellezza, oggi sottoposto a tutela, che raffigura il soldato caduto e il lutto della famiglia.
L’idea di una Venere gli si impone ora: «se si riesce a realizzare questo, allora si è davvero uno scultore». «Si è davvero compresa l’arte greca»…
Ma come fare…? Omero gli dà la risposta: fare come Ulisse, usare uno stratagemma, come il cavallo di Troia!
Fin dall’inizio, il suo obiettivo è chiaro: scolpire una Venere, romperla, seppellirla e in questo modo sottoporla al giudizio degli esperti.
Per sapere se è davvero riuscito a raggiungere l’armonia greca tra spirito e tecnica.

È certo di aver acquisito entrambe le cose: dirà «Ho intrapreso la Venere nello spirito dello scultore del Partenone, poiché non esiste alcun nudo femminile attribuito a Fidia.
Non sarà una copia, sarà un’opera originale nello stile di Fidia.
Non avrà esitazioni, è sicuro di sé: ci ha riflettuto a lungo prima di iniziare.
Ordina, in segreto, un blocco di 1,3 tonnellate di marmo di Carrara di eccezionale bianchezza e purezza.
Inizia nel 1934 a 27 anni, per questo ha affittato un atelier a La Terrasse, quartiere nord di Saint-Étienne. Ha bisogno di una modella: chiede a una giovane donna polacca, Anna Strudinka, di posare come modella dal vivo; passerà mesi a modellare la Venere in argilla.
Poi, è necessario realizzare il calco in gesso con estrema precisione, incidendovi migliaia di punti di riferimento.
Infine, passa alla lavorazione del marmo, con forza e pazienza, e per mesi, in mezzo ai frammenti di marmo, riporterà tutti questi punti di riferimento.
Ogni colpo di utensile deve essere di estrema precisione.
Applicherà la tecnica degli scultori greci del «piano dell’aria»: tutto deve essere fatto di curve e controcurve, senza alcuna superficie piana, sia per il corpo della Venere che per i suoi capelli, e anche per i drappeggi…
Poi arriva la levigatura, tutto deve essere perfetto, migliaia di ore di levigatura, giorni e notti, soprattutto di notte perché deve lavorare alla luce radente di una lampadina per eliminare i minimi difetti (il che avrà un impatto sulla sua vista).
Ma il tempo stringe, l’autunno sta arrivando.
La sua Venere è finalmente finita, è magnificamente bella, ed esattamente come l’aveva pensata e sognata… Arriva il momento più delicato, bisogna romperla, senza che si frantumi in pezzi irregolari.
Sapeva, fin dall’inizio, che quel momento sarebbe arrivato…
Per farla passare per un’opera antica, la spezza: la mano destra che stringe una mela, il braccio sinistro, il naso, la base all’altezza delle ginocchia,
Poi partono in tre, con suo fratello Angelo e suo padre, una notte di ottobre, su un carro dalle ruote cigolanti; trasportano la statua del peso di 85 kg lungo le strade sassose fino alla località di Brizet a St-Just-St-Rambert, a 10 km di distanza.
Un luogo già individuato, durante precedenti passeggiate, per la bellezza del panorama sulla Valle della Loira e sulle colline circostanti.
Né gli uomini, né i cani ostacoleranno il loro cammino. Come se la dea fosse stata sensibile al coraggio di quel giovane scultore che, 25 secoli dopo, l’aveva fatta rinascere in tutta la sua maestosità; lo aveva protetto durante i 3 anni del suo lavoro… magnifico e estenuante, e anche questa notte!!
La Venere viene sepolta nell’ottobre del ’36, Francesco pensa che al primo aratura dell’autunno verrà scoperta. Ma il campo non viene arato… e l’inverno passa…
Finalmente, il 1° maggio del 1937, non potendone più, prende la bicicletta e torna a vedere il campo.
C’è un cumulo di terra in quel punto, l’aratro e gli attrezzi abbandonati: il contadino GONON ha appena scoperto la Venere.
Torna a Villars, compra il giornale e legge il primo articolo di una lunga serie.
Aspetterà il seguito: il giudizio degli scultori, degli archeologi, degli esperti.
Per sapere «se ero un vero scultore»!
Aspetterà fino al 17 novembre 1938 per averne la conferma, poi contatta un giornalista: «La Venere di Brizet non è di Fidia, sono io».

Di fronte agli esperti sbalorditi, fornirà la prova con le parti mancanti: il braccio, la mano, il naso, si adatteranno alla perfezione… ovviamente!
Ancora una volta, apparirà un numero considerevole di articoli che ridicolizzeranno gli esperti.
Alcuni riconosceranno il proprio errore, giustificandolo con l’eccezionale qualità dell’opera, altri non glielo perdoneranno e, per far dimenticare il proprio errore di valutazione, inizieranno a denigrarla, così come il suo creatore…

Eppure avrebbero potuto osservare da vicino la grana del marmo: non si trattava di marmo pentelico, bensì di marmo di Carrara; oppure avrebbero potuto cercare di scoprire chi fosse quel giovane scultore che, a soli 27 anni, realizzò un capolavoro del genere…
A Saint-Étienne, molti sapevano che era il miglior scultore della sua generazione. Si può arrivare a dire che fosse, forse, l’ultimo grande scultore dell’antica Grecia…?
Tra tutti gli articoli: ecco cosa dice Paul Landowski nel dicembre 1938 (Grand Prix de Rome, direttore della Villa Medici, direttore dell’École des Beaux-Arts di Parigi e autore del Cristo Redentore a Rio de Janeiro): «Ciò che mi interessa è sapere se il giovane Cremonese si sia limitato a riprodurre, a Carrara, un’immagine già esistente, oppure se abbia davvero realizzato un’opera di creazione, il che rivelerebbe in lui un talento notevole» rif. L’Intransigeant 5/12/38.
Cercherà di recuperare la sua Venere, proponendo di ricomprarla dal contadino, che rifiuterà, per poi citarlo in giudizio, in un processo che si terrà a Montbrison… Il giudice si dichiarerà incompetente ad attribuirgli la paternità, ma giudicherà che «anche se ne fosse l’autore, l’ha abbandonata volontariamente nel campo… il contadino manterrà quindi la Venere». Non rivedrà più la sua opera giovanile. Così, il mistero si infittisce…
È di nuovo guerra: lui e i suoi quattro fratelli si rifiutano di obbedire all’ordine di tornare in Italia per essere mobilitati.
I più grandi, Luigi e Angelo, vengono arruolati nel S.T.O.; Francesco riesce a sfuggirvi grazie all’aiuto del direttore della Manifattura d’Armi di Saint-Étienne, che lo registra fittiziamente come dipendente.
Gennaio 1942, una tragedia: tutto il quartiere di Michard è in lutto, molti dei suoi vicini sono morti nella terribile catastrofe mineraria di La Chana a Villars. Ne è molto colpito: in seguito realizzerà una serie di quadri molto cupi sul tema della miniera.
Ne regalerà uno al Museo della Miniera di Villars, in occasione della sua inaugurazione nel 1983.
Dopo la guerra, vivrà un periodo mistico, con un breve ritiro presso il monastero dei monaci cistercensi di Saint Honorat nell’isola di Lérins, al largo di Cannes. Aveva in mente di entrare in convento per dedicare la sua vita alla creazione artistica, ma il progetto non andò in porto.
Tornerà alla scultura con 4 opere di grande serenità, realizzate in comblanchien, un calcare molto bello ma anche molto difficile da lavorare.
Ora sa di essere davvero uno scultore!
Per lui, la Venere era solo l’inizio: la sua opera poteva avere inizio. Ma le commissioni pubbliche non sarebbero mai arrivate, e la Scuola di Belle Arti di Saint-Étienne si rifiutò di assumerlo come docente, poiché era italiano.
Non ha avuto la gloria artistica, ma la dea veglia ancora su di lui.
Nel 1950, all’età di 43 anni, torna nel suo paese natale e sposa Romana Barbon, una figlia di contadini di 27 anni, la più giovane di una famiglia di dieci figli.

Negli anni ’50 tornarono a vivere insieme a Villars, dove ebbero tre figli. Nonostante le responsabilità familiari, continuò a coltivare la sua passione creativa. Era un gran lavoratore, sempre in movimento, mai malato, e continuò a lavorare così fino all’età di 95 anni. Per tutta la vita, sua moglie accettò questa sua passione, che gli occupava praticamente tutto il tempo libero.
Dopo aver lavorato per lo scultore Rochette, trova impiego come stuccatore-scultore presso l’azienda André Longeon a Saint-Étienne.
Arriva una commissione per un bassorilievo per la chiesa di Villars, su richiesta del parroco Moulin, ma rimarrà incompiuta per mancanza di fondi.

In quegli anni si tornò a parlare di quella magnifica Venere, ma nessuno l’aveva mai più rivista…!
Nel 1972, a San Pietro a Roma, un squilibrato mutilò la Pietà di Michelangelo con 15 colpi di martello; l’artista ne rimase profondamente colpito. Scrisse una lettera al Papa, offrendosi di restaurarla, sentendosi in grado di farlo. Non ci sarà alcuna risposta dal Vaticano.
Riesce a vendere 3 quadri. Finalmente, nel 1975, riceverà una commissione dalla parrocchia di Marclopt, vicino a Montrond-les-Bains, per una Madonna col Bambino, destinata a sostituire una statua rinascimentale troppo danneggiata.
Realizzerà una bellissima Madonna col Bambino in granito dal forte significato simbolico:

Maria è consapevole del destino di suo figlio e accetta la volontà divina, eppure è serena e consegna suo figlio;
Gesù apre le braccia per accogliere l’umanità, credenti e non credenti; Gesù non è già più con Maria, anche lui conosce il proprio destino… il suo corpo forma una croce.
Sebbene modesta per dimensioni e budget… Questa rappresentazione fa eco alla Pietà di Michelangelo, lo stesso sacrificio di Maria per suo figlio: all’inizio della sua vita e all’altro capo della sua morte.
Pur lavorando fino all’età di 67 anni, scolpisce e dipinge nel suo atelier di Michard, in una ricerca perpetua.
Una volta in pensione, la sua produzione artistica si moltiplica e, a partire dal 1970, decine di sculture e dipinti andranno a formare un’opera completa.

Partecipa regolarmente ad alcune mostre, in particolare al Salon d’Automne, al Palais de Bondy, a Lione.
Le sue opere sorprendono sempre i visitatori.
Giornalisti, appassionati d’arte e personaggi famosi vengono a vederlo: Lucien Neuwirth, il TPG della Loira, Jean Cardot, il signor Richard, il signor Robin, i dottori Ziegler e Pouquet, Michel Martin e molti altri.
Allontanandosi dallo stile classico, è alla ricerca di forme sempre più essenziali per i suoi nudi, i busti e gli uccelli.

È una scultura che esprime forza, serenità e semplicità,
Cerca di eliminare le ombre… tutto deve essere luce.
Esplora anche la pittura, che si impregna della sua visione di scultore, lavorando instancabilmente alla ricerca dell’essenziale:
La serenità, la semplicità, l’ingenuità, l’innocenza, la fede….
Mettendo al di sopra di tutto la rappresentazione della donna, della madre, del bambino, delle persone semplici nella loro vita quotidiana. Ma anche l’importanza della natura, il suo stupore, la gioia provata in sua presenza: tenerezza o esplosione di colori nei suoi dipinti, purezza delle linee, trasparenza nelle sue sculture di uccelli.
Spesso dirà «non descrivo… evoco» e «i miei personaggi non pensano, sono del tutto tranquilli». Liberi da pensieri, si rivela solo la forza della loro presenza.
Lontano dal mondo dell’arte e dei media, torna alla ribalta di tanto in tanto in occasione di un articolo di stampa, di un documentario su FR3 o di una mostra, come a Saint-Étienne in occasione della Festa del Libro del 1999 alla Maison des Avocats e della conferenza al Municipio. Mostre a Villars nel 2024, a Soucieu-en-Jarrest nel 2000 e nel 2025, presso il municipio del 7° arrondissement di Lione (Giornate del Patrimonio). A Spresiano, vicino a Venezia, nel 2026.
La sua opera resta tutta da scoprire.
E in questo mondo inquieto, agitato, spesso ansiogeno… invita a rallentare, a orientarsi verso valori umani più profondi, la semplicità, la benevolenza, in un mondo sereno e più autentico.
Un giorno… apparirà, forse, come un grande artista del XX secolo.
Allegati
Perché la Venere di Francesco Cremonese tiene in mano una mela?
Nella mitologia greca, la Mela della Discordia fu lanciata dalla dea Eris, offesa per non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Teti (futuri genitori di Achille). Lanciò la mela con la scritta «Alla più bella».
Ne segue una disputa tra Era, Atena e Afrodite, che rivendicano tutte e tre il frutto.
Chiedono a Zeus di decidere chi delle tre lo meriti. Ma Zeus, che deve scegliere tra sua moglie e le sue due figlie, dichiara che sarebbe meglio chiedere a un “innocente”, un “semplice mortale” di nome Paride.
Affinché lui scelga, le tre dee gli promettono quindi dei doni: Era gli offre il potere regale, Atena la gloria militare e Afrodite la donna più bella del mondo.
Paride accetta la proposta di Afrodite. Si reca a Sparta e rapisce la bella Elena, consenziente, moglie del re Menelao.
È l’inizio della guerra di Troia.
Su questo punto, gli esperti non si erano sbagliati, anche senza la mano e la mela, avevano tutti riconosciuto Venere!
Altre opere sul sito e il documentario di FR3
Il libro di Jean TIBI, bollettino degli Amici del vecchio St Étienne n. 196, ottobre 1999
«Cremonese e la Venere di Brizet»
La rivista Histoire et Patrimoine di Saint Étienne n. 296, 4° trimestre 2024
«Mémoire de Pierres»
Testo di Emmanuel CREMONESE, 21 settembre 2024 a Villars
0 60 08 54 80 mail : archi.boen@gmail.net


CONFERENCE sur Francesco CREMONESE le 21 septembre 2024 à VILLARS

